Le tantazioni

GESU’ PARLA DELLE TENTAZIONI

 

 

3 febbraio 1947

Dice Gesù:
Ma ora, e lo sia per sempre, vi darò le risposte che volete, perché “abbiate quella limpida chiarezza su tale punto” che uno di voi dichiara che “sarebbe desiderabile”. Io le darò. Non il portavoce, né tanto meno egli si permetterà poi di ritoccare il testo (pag. 111 del I° anno evangelico) “per renderlo cristallino” come sempre vorrebbe uno di voi. Ognuno al suo posto.

Cosa è la tentazione? Dice il Catechismo: “È un incitamento al peccato che ci viene dal demonio, o dai cattivi, o dalle nostre passioni”. È un incitamento. Dunque se incita al peccato segno è che non è peccato per se stessa. No. Non è peccato. Anzi è mezzo per crescere nella giustizia e aumentare i nostri meriti rimanendo fedeli alla Legge del Signore. Comincia a divenire peccato di imprudenza quando volontariamente l’uomo si mette in condizione di peccare, avvicinandosi a cose o a persone che lo possono indurre al peccare.

Da chi viene la tentazione? Dal demonio, dai malvagi, dalle passioni. Dunque viene da fattori esterni e da fattori interni. In verità vi dico, però, che i più pericolosi sono i fattori interni, ossia le inclinazioni disordinate e gli istinti o fomiti, rimasti nell’uomo con le altre miserie conseguenti al Peccato di Adamo. Fattori interni che Satana aizza, o tenta di aizzare con ogni mezzo, in questo lavoro molto ben servito dagli uomini che sono intorno a voi e dall’umano io che è un campo di tentazioni sempre rinascenti, avendo tendenza grande all’egoismo della materia e alla sensualità della mente, il primo spingendo la carne a ribellarsi a Dio e allo spirito, la seconda portando la mente alla stolta superbia che si crede lecito tutto, persino di sindacare le opere e le giustizie di Dio.

In verità vi dico che il maggior aiuto a Satana lo date voi accogliendo e coltivando in voi “la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, la superbia della vita”, cose che vengono non dal Padre ma dal mondo. Perché senza il vostro consenso a preparare il terreno propizio alle invasioni dei fattori esterni, essi non potrebbero penetrare in voi turbando il vostro interno, esasperando i fattori interni. I fomiti del peccato, da soli, non potrebbero condurre a dannazione se l’uomo non li coltivasse, come nella maggioranza degli individui avviene. Li coltivasse come fiori di male che soddisfano il disordinato sentimento dell’uomo per il loro vistoso e invitante aspetto, e che poscia si cambiano in frutti di colpa.

Se sui fomiti si abbattesse, santamente spietata, la buona volontà, essi rimarrebbero sterili, simili a maligne piante disseccate, o quanto meno intristite, tanto da non potere crescere, ma anzi soggette a continuo affievolimento, sino alla loro distruzione totale. Invece l’uomo li lascia esistere in sé, ed essi crescono; crescono rinvigoriti dai bocconi ghiotti che l’uomo incauto si concede, senza sapere che ogni cedevolezza all’illecito, anche se piccola e in apparenza trascurabile e innocua, è preparazione a cedevolezze più grandi. Perché l’appetito alle concupiscenze aumenta più si assaggia il piccante loro sapore. E l’appetito soddisfatto nella sua sempre rinascente e crescente violenza, aumenta di conseguenza la forza degli istinti disordinati, e questi crescono sino ad empire di loro tutto l’uomo e ad abbattere le barriere della coscienza.

 

 Da "I Quaderni dal 1945 al 1950" di Maria Valtorta
Ed. CEV

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