Giuda

GIUDA ISCARIOTA

 

 

La notte peccaminosa di Giuda Iscariota

23 novembre 1945.
Una bella aurora di primavera fa rosato il cielo e liete le colline. I discepoli se ne allietano l’uno con l’altro mentre si riuniscono all’inizio del paese in attesa dei ritardatari.
«Il primo giorno che non faccia freddo, dopo le grandinate», dice Matteo sfregandosi le mani. «Doveva ben venire! Siamo alla neomenia di adar!», esclama Andrea. «Bene! Bene! Se si doveva andare sui monti col fresco dei giorni passati!…», commenta Filippo.
«Ma dove si va, poi?», chiede Andrea. «Chissà… Di qui si va a Sefet o a Meieron. Ma poi?», gli risponde Giacomo di Zebedeo, e si volta a chiedere ai due figli di Alfeo: «Lo sapete voi dove si va?». «Gesù ci ha detto che vuole andare verso settentrione. Nulla più», dice laconico Giuda d’Alfeo. «Un’altra volta? Alla prossima luna si deve iniziare il pellegrinaggio di Pasqua…», dice non troppo entusiasta Pietro. «Faremo più che a tempo», gli ribatte il Taddeo. «Sì. Ma niente riposo a Betsaida. . .». «Vi passeremo certo per prendere le donne e Marziam», risponde Filippo a Pietro.
«Quello che vi prego è di non mostrarvi annoiati, svogliati o altro. Gesù è afflittissimo… Ieri sera piangeva. L’ho trovato che piangeva mentre noi preparavamo la cena. Non pregava, fuori sulla terrazza, come credevamo. Ma piangeva», dice Giovanni. «Perché? Glielo hai chiesto?», chiedono tutti. «Si. Ma non mi ha detto che: "Amami, Giovanni"». «Forse… è per quelli di Corozim».
Lo Zelote, che sta sopraggiungendo, dice: «Il Maestro è qui che viene con Bartolomeo. Andiamogli incontro». E vanno, ma continuano il loro discorso: «O è per Giuda. Ieri sera erano rimasti soli…», dice Matteo. «Già! E Giuda aveva dichiarato prima che era inquieto e non voleva nessuno con sé», osserva Filippo. «Neanche col Maestro ha voluto stare! E io che ci sarei stato tanto volentieri!», sospira Giovanni. «Anche io!», dicono tutti gli altri.
«Quell’uomo non mi piace… O è malato, o è stregato, o è matto, o è indemoniato… Qualche cosa ha», dice sicuro il Taddeo. «Eppure, credetelo, nel viaggio di ritorno fu esemplare. Ha sempre difeso il Maestro e gli interessi del Maestro come nessuno di noi mai fece. L’ho visto io, l’ho sentito io! E spero che non avrete dubbi sulla mia parola», asserisce Tommaso. «Ti pare che non ti si creda? Ma no, Toma! E ne abbiamo piacere che Giuda sia meglio di noi. Ma tu lo vedi! È strano, sì o no?», chiede Andrea.

«Oh! per strano è strano. Ma forse soffre per cose intime… Forse anche perché non ha fatto miracolo. È un poco orgoglioso. Oh! a buon fine! Ma ci tiene a fare molto, ad essere encomiato…». «Uhm! Sarà! Il fatto è che il Maestro è triste. Guardatelo là se sembra più l’uomo che abbiamo conosciuto. Ma, viva il Signore! Se riesco a scoprire chi è colui che fa soffrire il Maestro… Basta! So io ciò che gli faccio», dice Pietro.

Gesù, che parla fitto fitto con Natanaele, li vede e affretta il passo sorridendo. «La pace a voi. Ci siete tutti?». «Manca Giuda di Simone… e credevo fosse da Te, perché alla casa dove era a dormire mi hanno detto di avere trovato la stanza vuota e tutto in ordine…», spiega Andrea.
Gesù corruga un momento la fronte e si concentra nel suo pensiero chinando il capo. Poi dice: «Non importa. Andiamo lo stesso. Direte a quelli delle ultime case che noi andiamo a Meieron e poi a Giscala. Se Giuda ci cerca, lo mandino là. Andiamo». Tutti sentono tempesta per aria e ubbidiscono senza fiatare. Gesù continua a parlare con Bartolomeo, più avanti degli altri di qualche passo. E sento passare dei grandi nomi nel loro discorso: Hillele, Giaele, Barac e glorie patrie che passano nella mente e nei discorsi, e commenti ammiratori sui grandi dottori. E rimpianti in Bartolomeo… «Oh! fosse stato ancora vivo il Saggio! Hillele era buono, ma anche forte. Non si sarebbe lasciato turbare. Da sé ti avrebbe giudicato!». «Non te la prendere, Bartolomeo! E benedici l’Altissimo che lo ha preso nella sua pace. Lo spirito del Saggio non conobbe così il turbamento di tanto odio per Me». «Mio Signore! Non odio soltanto!…». «Più odio che amore, amico. E così sarà sempre». «Non essere triste. Noi ti difenderemo…». «Non è la morte che mi angoscia… È vedere il peccato degli uomini». «La morte no!… Non parlare di morte. Non arriveranno a tanto… perché hanno paura…». «L’odio sarà più forte della paura. Bartolomeo, quando sarò morto, poi quando sarò lontano, nel Cielo santo, dillo agli uomini: "Egli, più che per la morte, soffrì per il vostro odio"…». «Maestro! Maestro! Maestro! Non dire così! Nessuno ti odierà tanto da farti morire. E Tu puoi sempre impedirlo, Tu che sei potente…». Gesù sorride mestamente, direi stancamente, mentre sale col suo passo misurato la strada montana che conduce a Meieron e che, più si alza, più discopre un vasto e bel panorama sul lago di Tiberiade – che appare dallo squarcio di una gola sulle colline vicine che, ad arco, fanno da paravento alla vista del lago di Merom – e poi, oltre il lago di Tiberiade, sull’altipiano d’Oltre-Giordano, fino ai frastagliati monti lontani dell’Auran, della Traconite e della Perea.
Gesù accenna però in direzione nord-nordest dicendo: «Dopo la Pasqua dovremo andare là, nella tetrarchia di Filippo. E appena ne avremo il tempo per essere di nuovo per la Pentecoste a Gerusalemme». «Ma non ti converrebbe di più farlo adesso? Passando nell’Oltre-Giordano , verso le sue sorgenti… ritornando per la Decapoli…». Gesù si passa la mano sulla fronte, con mossa stanca di chi ha la mente annebbiata, e mormora: «Non so, non so ancora!… Bartolomeo!…».
Quanto sconforto, dolore, invocazione è nella voce!… Bartolomeo si curva un poco, come ferito da quel tono strano e nuovo in Gesù, e dice, affannoso d’amore: «Maestro? Che hai? Che vuoi dal vecchio Natanaele?». «Nulla, Bartolomeo… La tua preghiera… Perché Io veda bene ciò che è da fare… Ma ci chiamano, Bartolomeo… Fermiamoci qui…». E si arrestano presso un ciuffo di alberi. Spuntano dalla curva del sentiero gli altri in gruppo: «Maestro, Giuda ci segue correndo a perdifiato…». «Lo aspetteremo, dunque».
E Giuda infatti appare presto, di corsa… «Maestro… ho fatto tardi… Sono rimasto addormentato e…». «Dove, se a casa non ti ho trovato?», chiede stupito Andrea. Giuda resta per un minuto interdetto, ma svelto si riprende dicendo: «Oh! mi spiace che la mia penitenza si sia rivelata! Sono stato nel bosco tutta la notte a pregare, a fare sacrificio… All’alba mi ha vinto il sonno.. Sono un debole io… Ma il Signore altissimo compatirà il suo povero servo. Non è vero, Maestro? Mi sono destato tardi e tutto indolenzito». «Infatti hai un viso molto sciupato», osserva Giacomo di Zebedeo.
Giuda ride: «Eh! già! Ma ho l’anima più lieta. La preghiera fa bene. La penitenza dà ilare cuore. E dà umiltà e generosità. Maestro, perdona il tuo stolto Giuda…», e si inginocchia ai piedi di Gesù. «Si. Alzati e andiamo». «Dàmmi la pace con un tuo bacio. Sarà il segno che mi hai perdonato i malumori di ieri. Non ti ho voluto, è vero. Ma era perché volevo pregare…».

«Avremmo potuto pregare insieme…». Giuda ride e dice: «No, Tu non potevi pregare con me questa notte, essere dove io ero…». «Oh! bella! Perché? È sempre con noi e ci ha insegnato Lui a pregare!», dice stupito Pietro. Ridono tutti. Ma Gesù non ride. Guarda fisso Giuda che lo ha baciato e che lo guarda con un occhio ilare di pungente malizia, come se lo sfidasse. Osa ripetere: «Non è vero che non potevi essere con me questa notte?».
«Non potevo. Non potevo e non potrò mai, infatti, condividere gli abbracci del mio spirito col Padre mio, con un terzo, tutto carne e sangue, quale tu sei, e nei luoghi dove tu vai. Amo la solitudine popolata d’angeli per dimenticare che l’uomo è un fetore di carne corrotta dal senso, dall’oro, dal mondo e da Satana». Giuda non ride più neppure con gli occhi. Risponde serio: «Hai ragione. Il tuo spirito ha visto il vero. Dove andiamo allora?». «A venerare le tombe dei grandi rabbi e degli eroi dì Israele». «Che? Come? Ma Gamaliele non ti ama. Ma gli altri ti odiano!», dicono in molti. «Non importa. Io mi inchino alle tombe dei giusti che attendono redenzione. Vado a dire alle loro ossa: "Presto Colui che vi alitò lo spirito vostro sarà nel Regno dei Cieli, pronto a scendere di là all’estremo Giorno, per farvi rivivere in eterno nel Paradiso"».
Vanno, vanno finché trovano il paese di Meieron. Bello, ben tenuto, pieno di luce e di sole, fra ubertose colline e vette. «Sostiamo. Nel pomeriggio andremo da qui verso Giscala. Le grandi tombe sono sparse per queste chine in attesa del risveglio glorioso».

Tratto da "L’Evangelo come mi è stato rivelato"
vol.5° ed. CEV

 

GESù RIMPROVERA GIUDA ISCARIOTA

14 novembre 1946.
Tutta Nobe dorme ancora. É il primo schiarir del giorno. L’alba, nelle luci pacate dell’inverno, è di una delicatezza di tinte irreali. […] Forse, nella notte, delle stelle si sono troppo abbassate sul paese per mormorare segreti celesti ai cittadini di Nobe, o forse per consolare con la loro luce pura l’Uomo che, insonne, cammina silenziosamente lassù, sul terrazzo di Giovanni.
Sì, perché, unico in tutta Nobe dormente, Gesù è sveglio, e va lentamente avanti e indietro sul terrazzo della casetta con le braccia conserte sotto al mantellone che lo copre tutto strettamente a difesa dal freddo, serrandosi a cappuccio anche sulla testa. Gesù, ad ogni giungere ad un estremo della terrazza, guarda fuori, sporgendosi per vedere la via che passa per il centro del paese. Via ancora semioscura, vuota, silenziosa. E poi riprende ad andare avanti e indietro, avanti e indietro lentamente, silenziosamente, per lo più a capo chino, meditabondo, qualche volta osservando il cielo sempre più luminoso e i vaghi colori dell’alba e dell’aurora, o seguendo con lo sguardo il volo frullante del primo passero, ridestato dalla luce, che lascia l’embrice ospitale di un tetto vicino per scendere a beccuzzare ai piedi del vecchio melo di Giovanni e poi sfrulla via di nuovo, avendo visto Gesù, con un cip-cip spaurito che ridesta altri uccellini annidati qua e là. Da un chiuso viene un belato di pecora e si perde tremolando nell’aria. Dalla via viene uno scaliccio frettoloso. Gesù si sporge a guardare. E poi corre lesto giù dalla scaletta, entra nella cucina oscura, rinchiude l’uscio dietro di Sé. Il passo si avvicina, suona ormai nella striscia d’orto a lato della casa, si arresta davanti all’uscio di cucina; una mano tenta la serratura, sente che non c’è la chiave, fa allora agire il catenaccio che si può muovere tanto dal di fuori che dal di dentro; una voce dice contemporaneamente: «Che sia già alzato qualcuno?». Ancora una mano apre cautamente l’uscio senza farlo cigolare. La testa di Giuda di Keriot si insinua per la fessura… Guarda… Buio assoluto. Freddo. Silenzio.
«Si sono dimenticati aperta la porta… Eppure… Mi pareva chiusa… Del resto, cosa senza importanza!. .. Ai poveri non rubano i ladri. E più miserabili di noi… Eh!… Ma speriamo che… non duri così. Dove è quel maledetto acciarino?.. . Non lo trovo… Se riesco ad accendere il fuoco… perché ho fatto tardi, si, proprio troppo tardi… Ma dove sarà? Troppe mani a toccare! Sul focolare? No… Sul tavolo? No… Sulle panche? No… Sulla mensola?… Neppure… Quell’uscio tarlato stride ad aprirlo… Legno tarlato… gangheri ruggini… Tutto vecchio, muffoso, orribile qui. Ah! povero Giuda! E non c’è… Mi toccherà proprio entrare dal vecchio…».

Sempre parlando è andato tastando qua e là, invisibile nell’ombra, cauto come un ladro o un uccello notturno nello scansare gli inciampi che potrebbero fare rumore… Urta contro un corpo e ha un urlo soffocato di spavento.
«Non temere. Sono Io. E l’acciarino è in mia mano. Eccolo. Accendi», dice Gesù pacatamente.
«Tu, Maestro? Che facevi qui solo, nel buio, nel freddo… Ci saranno molti malati certo oggi, dopo un sabato e due giorni di tempo piovoso, ma non saranno qui così presto. Essi si muoveranno dalle città vicine appena ora, perché soltanto ora si comprende che oggi non pioverà. Il vento della notte ha già asciugato le vie».
«Lo so. Ma accendi un lume. Non è da onesti parlare così nelle tenebre, ma da ladri, da bugiardi, da lussuriosi e da assassini. I complici nelle male azioni amano le tenebre. Io non sono complice a nessuno».
«Neppure io, Maestro. Volevo preparare un buon fuoco. E per questo mi sono alzato per primo… Cosa dici, Maestro? Hai mormorato fra le labbra e non ho compreso».
«Accendi, dunque».
«Ah!… Ho visto così che è sereno. Ma fa freddo. Tutti avranno piacere di trovare un buon fuoco… Ti sei alzato sentendomi muovere qui o per il vecchio che… Ha ancora i dolori?… Ecco! Finalmente! Parevano umidi l’esca e l’acciarino, tanto non volevano fare scintilla… Si sono ammollati…».
Una fiammella si alza dal lucignolo di una lucerna. Una sola fiammella, piccola, tremolante.. . ma sufficiente a vedere i due volti: il pallido volto di Cristo, il brunetto e imperterrito volto di Giuda.
«Ora accendo il fuoco… Sei pallido come un morto. Non hai dormito! E per quel vecchio! Sei troppo buono».
«É vero. Sono troppo buono. Con tutti. Anche con quelli che non lo meritano. Ma il vecchio lo merita. É un onesto, uno dal cuore fedele. Ciononostante, non ho vegliato per lui, ma per un altro. É vero. L’esca e l’acciarino erano umidi, ma non per causa di una tazza rovesciata o di altro liquido sparso per un incidente, bensì per il mio pianto che vi è gocciato sopra. É vero. È sereno, ma fa freddo e il vento ha riasciugato le strade, e verso l’alba, però, la guazza è caduta. Senti il mio mantello. Ne è umido… E poi è venuta l’alba a mostrare il sereno, è venuta la luce a mostrare un posto vuoto, è venuto il sole dell’aurora a far brillare le rugiade sulle foglie e le lacrime sulle ciglia. É vero. Oggi ci saranno molti malati, ma Io non attendevo loro. Attendevo te. Perché è per te che ho vegliato tutta la notte. Per te che, non potendo star chiuso qui ad attenderti, sono salito sul terrazzo, a gettare nel vento il mio richiamo, a mostrare alle stelle il mio dolore, all’aurora il mio pianto. Non il vecchio malato, ma il giovane scapestrato, il discepolo che fugge il Maestro, l’apostolo di Dio che preferisce la cloaca al Cielo e la menzogna alla Verità, mi hanno tenuto in piedi tutta la notte ad attenderti. E quando ho sentito la tua pedata sono sceso qui… ad attenderti ancora. Non più con la tua persona, che ormai avevo vicina e vagante con mosse da ladro per la cucina oscura, ma con il tuo sentimento.. . Ho atteso una parola… E non l’hai saputa dire quando mi hai sentito ritto contro a te. Colui al quale stai vendendo il tuo spirito non ti ha dunque avvertito che Io sapevo? Ma no! Non poteva avvertirti né suggerirti l’unica parola che potevi, che dovevi dire, se fossi un giusto. E ti ha suggerito le menzogne non chieste, inutili, offensive più ancora della tua fuga notturna. Te le ha suggerite ghignando, contento di aver fatto scendere un altro gradino a te e di aver dato un altro dolore a Me. É vero. Verranno molti malati. Ma il più grande malato non verrà al suo Medico. E il Medico stesso è malato di dolore per questo malato che non vuole guarire. É vero. Tutto è vero. Anche che ho mormorato una parola che tu non hai capita. Dopo quanto ti ho detto, l’indovini?».
Gesù ha parlato a voce bassa, ma così incisiva e dolorosa e nello stesso tempo così severa che Giuda, che era, alle prime parole, sorridente, eretto, sfrontato, tutto presso a Gesù, si è piano piano ritratto e rattratto come se ogni parola fosse una percossa, mentre Gesù si è sempre più eretto, veramente giudice e veramente tragico nella sua effigie addolorata.
Giuda, confinato ormai fra una madia e un angolo di muro, mormora: «Ma… Non saprei…».
«No? Ebbene Io te la dico, perché non temo di dire ciò che è verità. Bugiardo! Ecco cosa ti ho detto. E se il bambino menzognero si sopporta ancora, perché non sa il valore di una menzogna e gli si insegna a non dirla più, in un uomo ciò non si sopporta; in un apostolo, discepolo della Verità stessa, fa schifo. Assolutamente schifo. Ecco perché ti ho atteso tutta la notte e ho pianto bagnando il tavolo, là, dove era l’acciarino, e poi ho pianto vegliando e chiamandoti con tutta l’anima al lume delle stelle, ecco perché sono bagnato di guazza come l’amatore dei Cantici. Ma inutilmente il mio capo è pieno di rugiada e i miei riccioli delle gocce della notte, inutilmente Io picchio alla porta della tua anima e le dico: "Aprimi, perché ti amo per quanto tu non sia immacolata". Anzi, è proprio perché è macchiata che Io voglio entrare in lei e mondarla. É proprio perché è malata che voglio entrare a guarirla. Sta’ attento, Giuda! Attento che lo Sposo non si allontani, e per sempre, e che tu non lo possa più trovare… Giuda, non parli?…».
«É tardi per parlare, ormai! Tu lo hai detto: ti faccio schifo. Cacciami…»

«No. Anche i lebbrosi mi fanno schifo. Ma ne ho pietà. E se mi chiamano accorro e li mondo. Non vuoi essere mondato?».
«É tardi… ed è inutile. Non so essere santo. Cacciami, ti dico».
«Non sono uno dei tuoi amici farisei, che chiamano "immonde" infinite cose e le fuggono o le scacciano duramente, mentre potrebbero mondarle con carità. Io sono il Salvatore e non discaccio nessuno…».
Un lungo silenzio. Giuda sta nel suo angolo, Gesù sta appoggiato di schiena al tavolo e pare sorreggersi ad esso, stanco e sofferente.. .
Giuda alza il capo. Lo guarda titubante e mormora: «E se io ti lasciassi, che faresti?».
«Nulla. Rispetterei la tua volontà. Pregando per te. Però a mia volta ti dico che, se anche tu mi lasci, è ormai troppo tardi».
«A che, Maestro?».
«A che? Tu lo sai come Me… Accendi il fuoco, ora. Di sopra si cammina. Soffochiamo lo scandalo qui, fra noi. Per tutti avremo avuto breve il sonno… e ci avrà riuniti qui un desiderio di calore… Padre mio!…».
E mentre Giuda avvicina la fiamma alle fascine già poste sul focolare e soffia perché la fiamma si apprenda a dei trucioli leggeri, Gesù alza le mani sopra il suo capo e poi se le preme sugli occhi…

 

 

Tratto da "Il Poema Dell’Uomo-Dio – L’Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta
vol 8, cap. 530, ed CEV

 

GESù COMMENTA IL SUICIDIO DI GIUDA ISCARIOTA

31 marzo 1944

Dice Gesù:
«[…] Troppi credono che Giuda abbia commesso cosa da poco. Alcuni giungono anzi a dire che egli è un benemerito perché senza di lui la Redenzione non sarebbe venuta e che, perciò, egli è giustificato al cospetto di Dio. In verità vi dico che, se l’Inferno non fosse già esistito, ed esistito perfetto nei suoi tormenti, sarebbe stato creato per Giuda ancor più orrendo e eterno, perché di tutti i peccatori e i dannati egli è il più dannato e peccatore, né per lui in eterno vi sarà addolcimento di condanna. Il rimorso l’avrebbe anche potuto salvare, se egli avesse fatto del rimorso un pentimento. Ma egli non volle pentirsi e, al primo delitto di tradimento, ancora compatibile per la grande misericordia che è la mia amorosa debolezza, ha unito bestemmie, resistenze alle voci della Grazia che ancora gli volevano parlare attraverso i ricordi, attraverso i terrori, attraverso il mio Sangue e il mio mantello, attraverso il mio sguardo, attraverso le tracce dell’istituita Eucarestia, attraverso le parole di mia Madre. Ha resistito a tutto. Ha voluto resistere. Come aveva voluto tradire. Come volle maledire. Come si volle suicidare. È la volontà quella che conta nelle cose. Sia nel bene che nel male. Quando uno cade senza volontà di cadere, Io perdono.

Vedi Pietro. Ha negato. Perché? Non lo sapeva esattamente neppure lui. Vile Pietro? No. Il mio Pietro non era vile. Contro la coorte e le guardie del Tempio aveva osato ferire Malco per difendermi e rischiare d’essere ucciso per questo. Era poi fuggito. Senza averne volontà di farlo. Aveva poi negato. Senza averne volontà di farlo. Ha saputo poi ben restare e procedere sulla sanguinosa via della Croce, sulla mia Via, fino a giungere alla morte di croce. Ha saputo poi molto bene testimoniare di Me, sino ad esser ucciso per la sua fede intrepida. Io lo difendo il mio Pietro. Il suo è stato l’ultimo smarrimento della sua umanità. Ma la volontà spirituale non era presente in quel momento. Ottusa dal peso dell’umanità, dormiva. Quando si destò, non volle restare nel peccato e volle esser perfetta. Io l’ho perdonato subito. Giuda non volle. Tu dici che pareva pazzo e idrofobo. Lo era di rabbia satanica. Il suo terrore nel vedere il cane, bestia rara, in Gerusalemme in specie, venne dal fatto che si attribuiva a Satana, da tempi immemorabili, quella forma per apparire ai mortali. Nei libri di magia è detto tuttora che una delle forme preferite da Satana per apparire è quella di un cane misterioso o di un gatto o di un capro. Giuda, già preda del terrore nato dal suo delitto, convinto d’esser di Satana per il suo delitto, vide Satana in quella bestia randagia.

Chi è colpevole, in tutto vede ombre di paura. È la coscienza che le crea. Satana poi aizza queste ombre, che potrebbero ancora dare pentimento ad un cuore, e ne fa larve orrende che portano alla disperazione. E la disperazione porta all’ultimo delitto: al suicidio. A che pro gettare il prezzo del tradimento quando questo spogliamento è solo frutto dell’ira e non è corroborato da una retta volontà di pentimento? Allora spogliarsi dai frutti del male diviene meritorio. Ma così come egli fece, no. Inutile sacrificio. Mia Madre, ed era la Grazia che parlava e la mia Tesoriera che largiva perdono in mio Nome, glielo disse: "Pentiti, Giuda. Egli perdona”. Oh! se lo avrei perdonato! Se si fosse gettato ai piedi della Madre dicendo: "Pietà!", Ella, la Pietosa, lo avrebbe raccolto come un ferito e sulle sue ferite sataniche, per le quali il Nemico gli aveva inoculato il Delitto, avrebbe sparso il suo pianto che salva e me lo avrebbe portato, ai piedi della Croce, tenendolo per mano perché Satana non lo potesse ghermire e i discepoli colpirlo, portato perché il mio Sangue cadesse per primo su lui, il più grande dei peccatori. E sarebbe stata, Ella, Sacerdotessa mirabile sul suo altare, fra la Purezza e la Colpa, perché è Madre dei vergini e dei santi, ma anche Madre dei peccatori. Ma egli non volle. Meditate il potere della volontà di cui siete arbitri assoluti. Per essa potete avere il Cielo o l’Inferno. Meditate cosa vuol dire persistere nella colpa. Il Crocifisso, Colui che sta con le braccia aperte e confitte per dirvi che vi ama, e che non vuole, non può colpirvi perché vi ama, e preferisce negarsi di potervi abbracciare, unico dolore del suo esser confitto, anziché aver libertà di punirvi, il Crocifisso, oggetto di divina speranza per coloro che si pentono e che vogliono lasciare la colpa, diviene per gli impenitenti oggetto di un tale orrore che li fa bestemmiare e usare violenza verso se stessi. Uccisori del loro spirito e del loro corpo per la loro persistenza nella colpa. E l’aspetto del Mite, che si è lasciato immolare nella speranza di salvarli, assume l’apparenza di uno spettro di orrore. […]»

 

Tratto da "Il Poema Dell’Uomo-Dio – L’Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta
vol. 10, cap. 605, ed. CEV

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One response to “Giuda

  • Anonimo

    Anrebbe letto Tutto con Attenzione e condiviso con le persone che il Signore ci mette accanto per l’edificazione e la salvezza a Gloria della infinita Misericordia di Dio che continua in ogni modo
    ad offrirci occasioni di Salvezza

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