Cap. 3

CAPITOLO 3

(La passione secondo le rivelazioni di A. K. Emmerick)

Gesù condotto da Pilato

«Condussero allora Gesù dalla casa di Caifa al pretorio» (Giovanni 18,28)

Vidi Gesù trascinato con le funi: il suo viso era gonfio e contuso. Egli appariva sfigurato dalle percosse e dagli oltraggi della notte, indossava soltanto la tunica inconsutile, insudiciata di sputi e macchiata di sangue. La plebaglia affluiva da ogni parte e seguiva il corteo lanciando grida e invettive contro il Galileo. Nel vederlo in quelle condizioni, sanguinante e pieno di lividi, molti amici esclusero Gesù dal loro cuore, la loro fede si affievolì e si ritirarono scoraggiati, mentre i più superficiali si unirono alla marmaglia. Essi non riuscivano a persuadersi che il Signore, così barcollante e malandato, potesse essere il Re, il Profeta, il promesso Messia e il Figlio di Dio.

I farisei dicevano a quelli che osservavano dubbiosi:

«Vedete il vostro re? Riveritelo!».

Dopo una breve visita notturna al tribunale di Caifa, la Madonna era rimasta nel cenacolo immersa nel suo muto dolore, in costante unione spirituale con Gesù. Quando il Signore fu fatto uscire dalla prigione per essere condotto nuovamente davanti ai giudici, ella si alzò per andare a vedere personalmente il suo Figlio diletto. La Vergine mise il velo e il manto, mentre diceva a Maria Maddalena e a Giovanni:

«Seguiamo mio Figlio fino al palazzo di Pilato, lo voglio rivedere!».

I tre uscirono e percorsero un sentiero obliquo, quindi aspettarono il corteo in un luogo dove sapevano che sarebbe passato.

Vidi la santa Madre nascosta dietro l’angolo di un edificio, e con lei c’erano Giovanni e Maria Maddalena. Essi attendevano il passaggio dell’infame corteo. Maria santissima aveva impresse nel cuore le sofferenze del Figlio divino, tuttavia anche i suoi occhi interiori non potevano immaginare come la cattiveria degli uomini lo avesse sfigurato.

Vidi la miserabile processione sfiorare la Madre: prima i diabolici principi dei sacerdoti, poi gli accusatori, gli scribi e i farisei, infine Gesù, seguito dalla plebaglia agitata che gli urlava contro ingiurie e maledizioni.

Alla vista del suo diletto Figlio, così orribilmente sfigurato, ella esclamò tra le lacrime:

«Questo è mio Figlio! Come hanno ridotto il mio Gesù!».

Il Signore la guardò commosso e la Vergine santa si sentì mancare; Giovanni e Maria Maddalena la condussero subito via.

Davanti a Pilato

Ma egli non rispose neppure una parola, sicché il procuratore se ne meravigliò assai» (Matteo 27,14)

Riavutasi da quell’orrendo spettacolo, la Vergine si fece condurre da Giovanni e da Maria Maddalena al palazzo di Pilato.

Questo edificio è situato in una posizione sopraelevata e vi si accede salendo per una gradinata di marmo. Esso domina un ampio piazzale circondato da portici, sotto i quali ci sono i mercati. Il palazzo è circondato da un grande muro di cinta interrotto dal “foro”, ossia quattro ingressi disposti secondo i punti cardinali, presidiati da un consistente corpo di guardia. Il palazzo di Pilato è congiunto dal lato nord con il foro e dal lato sud con il pretorio, dove Pilato pronunciava i suoi giudizi.

Di fronte alla colonna della flagellazione, presso il corpo di guardia, si eleva una loggia chiamata “Gabbata” una sorta di tribunale all’aperto, elevato e cilindrico, con i sedili di pietra, dove Pilato emanava i giudizi più solenni; vi si accede per mezzo di alcuni scalini.

Invece la scalinata di marmo, che sale al palazzo del pro curatore, conduce a una terrazza scoperta dalla quale Pilato parlava con gli accusatori, i quali sedevano su alcune panche di pietra all’entrata del foro.

Non lontano dal corpo di guardia e dalla colonna della flagellazione si trovano le prigioni sotterranee in cui erano stati rinchiusi due ladroni.

Dietro al palazzo del procuratore ci sono altre terrazze con chioschi e giardini che conducono alla dimora di Claudia Procla, moglie di Pilato.

Erano circa le sei del mattino, secondo il nostro modo di calcolare il tempo, quando il triste corteo raggiunse il palazzo di Pilato. Sfigurato orribilmente dai maltrattamenti, Gesù fu condotto fin sotto la scala del procuratore, mentre i sinedriti si erano disposti davanti al pretorio senza varcarne la soglia per non contaminarsi. La striscia che essi non dovevano oltrepassare era tracciata sul selciato del cortile. Pilato stava sopra la grande terrazza sporgente, disteso su una lettiga; davanti a sé aveva una piccola tavola a tre pie di sulla quale erano collocate le insegne del suo rango.

Accanto a lui c’erano ufficiali e soldati con i fregi e le insegne del potere romano.

Quando Pilato vide arrivare Gesù in mezzo a un gran de tumulto, si alzò e parlò con un’aria sprezzante:

«Perché venite così presto? Come mai avete ridotto quest’uomo in così miserabili condizioni? Cominciate di buon’ora a percuotere e scorticare le vostre vittime!», e indicò Gesù in mezzo a loro.

I Giudei, senza rispondere, urlarono agli sgherri:

«Avanti, conducetelo al tribunale!».

Poi si rivolsero a Pilato:

«Ascolta le nostre accuse contro questo malfattore. Noi non possiamo entrare nel tuo tribunale, perché secondo la nostra legge ci renderemmo impuri».

Solo gli sgherri salirono i gradini di marmo trascinando Gesù sulla grande terrazza sporgente.

Pilato aveva spesso sentito parlare di Gesù di Nazaret, “il Galileo”. Ora, nel vederlo così sfigurato e maltrattato, sentì aumentare il suo disgusto per i sacerdoti del tempio. Con tono imperioso e sprezzante il procuratore romano chiese loro:

«Di che cosa accusate quest’uomo?».

«Se non fosse un malfattore non te l’avremmo condotto»,risposero irritati.

«E meglio che lo giudichiate secondo le vostre leggi», replicò Pilato.

«Tu sai che abbiamo pesanti limitazioni riguardo alla pena capitale», risposero i sacerdoti con voce ansiosa, per ché volevano uccidere Gesù prima della festa solenne.

Pilato dimostrò di non essere disposto a condannare Gesù senza prove e intimò loro di produrre i capi d’accusa. Essi ne presentarono tre, per ognuno dei quali erano pronti a deporre dieci testimoni. I sinedriti volevano persuadere a tutti i costi Pilato che Gesù era reo innanzi tutto contro l’imperatore, in modo che fosse condannato dal procuratore romano.

Essi presentarono Gesù di Nazaret come agitatore delle masse, colpevole di avere turbato l’ordine pubblico; aggiunsero che egli violava il sabato perché operava guarigioni in quel giorno sacro. A questo punto furono interrotti da Pilato:

«A quanto sembra, voi non siete malati, diversamente le sue guarigioni non vi avrebbero scandalizzati».

Senza badare all’ironia del procuratore romano i sinedriti continuarono:

«Attira il popolo con insegnamenti orrendi, dice che per ottenere la vita eterna bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue».

Rendendosi conto dell’accanimento col quale essi presentavano le accuse, Pilato, sorridendo ai suoi ufficiali, disse ai Giudei:

«Sembra che anche voi seguiate la sua dottrina, perché avete fretta di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue!».

Imperturbati, essi passarono al secondo capo d’accusa. Dissero che il Nazareno sobillava il popolo a non pagare il tributo all’imperatore. Nell’udire queste parole Pilato ebbe un moto di collera e li interruppe con tono tagliente:

«Questa è una grande menzogna perché io l’avrei saputo prima di voi!».

E, senza reagire, i Giudei mossero contro Gesù la terza accusa:

«Comunque sia, quest’uomo di bassa origine ha formato un grande partito e ha profetato la caduta di Gerusalemme. Inoltre diffonde tra il popolo parabole a doppio senso circa un re che prepara le nozze di suo figlio. Costui ha radunato sopra una montagna una moltitudine di gente che lo ha proclamato re.

Ma il Galileo ha trovato che il tempo non era ancora maturo per quest’evento e si è tenuto nascosto, uscendo fuori solo recentemente per assumere la dignità regale. Infatti è stato accolto trionfalmente dalla folla osannante di Gerusalemme che lo acclamava: “Figlio di Davide! Bene detto sia il regno del nostro padre Davide!”. Si è fatto chiamare Cristo, re dei Giudei, l’unto del Signore, il re promesso agli Ebrei!».

Su queste ultime parole, confermate da dieci testimoni, Pilato apparve molto pensoso; passò nell’ultima sala del tribunale e ordinò alle guardie di portargli Gesù per interrogarlo.

Pilato era un pagano superstizioso e alquanto superficiale, facile a turbarsi. Aveva sentito parlare vagamente dei «figli degli dèi romani»; non ignorava neppure che i profeti dell’antichità giudaica avevano preannunciato «l’Unto del Signore», il Messia promesso ai Giudei.

Sapeva inoltre che dall’Oriente erano venuti alcuni re a visitare il vecchio Erode, il quale aveva fatto massacrare molti lattanti. Pilato non credeva che Gesù, caduto in tali compassionevoli condizioni, potesse essere il re della promessa, ma lo volle interrogare ugualmente perché era accusato di voler usurpare i diritti dell’imperatore.

Quando Gesù gli fu dinanzi, Pilato, dopo averlo scrutato con stupore, gli chiese:

«Sei dunque il re dei Giudei? ».

Gesù gli disse:

«Mi chiedi questo spontaneamente o altri ti hanno parlato di me?».

«Sono io forse un ebreo per interessarmi di simili miserie? Il tuo popolo ti ha consegnato a me perché io ti con danni a morte. Dimmi: che cosa hai fatto?», gli chiese Pilato in tono sprezzante.

L’interrogato rispose:

«Sì, sono re, come tu dici. Sono nato e venuto in questo mondo per rendere testimonianza alla Verità. Chiunque è dalla Verità ascolta la mia voce».

Pilato, alzandosi, lo guardò e disse:

«Cos’è mai la verità?».

Egli aveva ormai compreso che Gesù non poteva danneggiare l’imperatore romano. Fece ritorno sulla terrazza e sentenziò, rivolto ai sinedriti:

«Non trovo alcuna colpa in quest’uomo!».

I nemici di Gesù reagirono scagliando contro di lui un mare di accuse e d’improperi. Siccome il Salvatore restava silenzioso e orante, Pilato gli disse:

«Non hai nulla da obiettare a queste accuse?».

Gesù non proferì parola.

Il procuratore romano aggiunse:

«Costoro inventano menzogne contro di te!».

Intanto gli accusatori gli continuavano a gridare furiosi:

«Non trovi colpa in un miserabile che ha sollevato la popolazione dalla Galilea fino qui?».

Udendo nominare la Galilea, Pilato domandò:

«Ma quest’uomo è Galileo, quindi suddito di Erode?».

«Sì!», risposero i sinedriti. «La sua residenza attuale è a Cafarnao e i suoi genitori hanno avuto dimora a Nazaret».

«Se è suddito di Erode, conducetelo dinanzi a lui. Egli è qui per la festa e potrà giudicarlo».

Detto questo, Pilato inviò un messo a Erode e fece condurre Gesù fuori del tribunale. Così fu felice d’aver evitato il giudizio su Gesù, perché questo compito gli era assai increscioso.

Inoltre Pilato desiderava mostrarsi gentile con Erode, con il quale era in urto per motivi politici. Il procuratore romano sapeva che il tetrarca era molto curioso di vedere Gesù.

Furiosi per l’affronto subito di fronte al popolo, i sinedriti fecero ricadere tutta la loro collera sul Redento re. Lo fecero frustare selvaggiamente e, coprendolo di insulti, lo trascinarono da Erode. Attraversando la folla che gremiva le vie di Gerusalemme giunsero alla reggia del tetrarca.

Origine della Via Crucis

La santa Vergine, Giovanni e Maria Maddalena avevano assistito con angoscia a quanto si era svolto nel pretorio. Essi erano rimasti nascosti e avevano udito le ingiurie pronunciate dai sinedriti.

Mentre Gesù veniva condotto da Erode, Giovanni fece percorrere alla Vergine e a Maria Maddalena la Via Crucis. Dal palazzo di Caifa a quello di Anna, fino al monte degli Ulivi e al Getsemani, essi unirono le loro sofferenze a quelle del Signore, venerando i luoghi dove egli era caduto e aveva sofferto in modo atroce. Maria santissima si prostrava spesso al suolo baciando la terra santificata dalle cadute e dal sangue del Figlio.

Con gli occhi pieni di lacrime, Giovanni cercava di con solare Maria Maddalena e l’addolorata Vergine.

Questa fu l’origine della Via Crucis, la dolorosa con templazione della passione di Gesù.

Pilato e il sogno della moglie Claudia Procla

«Ora, mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non t’impicciare nelle cose di quel giusto, perché oggi ho molto sofferto in sogno a motivo di lui”» (Matteo 27,19).

Claudia Procla, la moglie del procuratore romano, osservava da una galleria segreta il corteo che conduceva Gesù da Erode. Profondamente turbata, inviò un domestico da Pilato perché desiderava parlargli.

Claudia era una donna di bell’aspetto, portava sul capo un velo che le scendeva sul dorso e un diadema fermava la sua folta capigliatura. Sul petto aveva un fermaglio prezioso che manteneva la lunga veste ad ampie pieghe.

La vidi parlare a lungo col suo sposo. Gli raccontò le meravigliose visioni che aveva avuto in sogno riguardo al Figlio di Dio. Era pallida in volto e scongiurò Pilato di non fare del male a Gesù.

Mentre Claudia raccontava a Pilato i sogni avuti quella notte, la maggior parte di essi passò davanti alla mia vista interiore.

La consorte di Pilato aveva visto i principali episodi della vita del Signore e aveva sofferto tutta la notte. Aveva appreso molte verità penose, come il massacro degli innocenti, la profezia di Simeone, la passione di nostro Signore e i dolori della sua santa Madre.

I nemici di Gesù si erano manifestati nel sogno visionario di Claudia sotto forme mostruose.

La donna stava vedendo molti miracoli e verità meravigliose, quando improvvisamente fu risvegliata dal rumore del corteo che conduceva Gesù attraverso il foro.

Nel vedere il Signore così sfigurato e maltrattato, il suo cuore ne fu assai sconvolto e mandò a chiamare Pilato.

Dopo aver ascoltato attentamente il racconto e la supplica della sua sposa, che si era espressa con tanta tenerezza, egli la rassicurò:

«Non ho trovato colpa in quest’uomo, perciò non emetterò nessuna condanna nei suoi confronti; ho riconosciuto la sua innocenza e la malizia degli Ebrei»

Come pegno della sua solenne promessa Pilato le diede un anello. Così si separarono.

Il procuratore romano era un uomo corrotto e superbo, capace di ricorrere a qualsiasi bassezza pur di ottenere i suoi vantaggi, ma allo stesso tempo era molto superstizioso.

La sua concezione religiosa era molto confusa; egli offriva segretamente l’incenso ai suoi dèi per invocarne l’aiuto. Temeva che essi si vendicassero di lui se avesse riconosciuto l’innocenza di Gesù, nella quale egli tuttavia credeva. Le meravigliose visioni narrate da sua moglie lo convinsero a liberare il Galileo. Il corpo di guardia del pretorio fu messo in allarme e tutti i luoghi importanti di Gerusalemme furono fatti presidiare dai soldati romani.

 

Gesù davanti a Erode Antipa

«Erode, insieme con le sue guardie, lo trattò con disprezzo e si prese gioco di lui…» (Luca 23,11).

Il palazzo di Erode Antipa si innalza nella parte nuova della città, non lontano dal pretorio. Vidi alcuni soldati romani che scortavano il corteo dei Giudei con Gesù prigioniero.

Il popolo, intanto, istigato dai farisei, affluiva nella zona del mercato, affollando i paraggi della reggia di Erode.

Il tetrarca, avvertito dal messo di Pilato, aspettava il Galileo nella sala più sontuosa; lo vidi assiso su una specie di trono fatto di cuscini, circondato dalla corte e da alcune guardie armate.

Erode si sentiva molto lusingato per il fatto che Pilato gli avesse riconosciuto il diritto di giudicare un suo suddito alla presenza dei sacerdoti del tempio.

Gesù giunse da Erode completamente sfigurato, con la faccia sanguinante e la veste macchiata di sangue. Il tetrarca, assalito da un moto di pietà mista a ribrezzo, disse ai sacerdoti:

«Come vi permettete di portarmelo in queste condizioni? Prima lavatelo e pulitelo!».

Allora gli sgherri lavarono Gesù nell’atrio senza cessare di tormentano, al punto di sfregargli un panno ruvido sul volto ferito. Erode rimproverò aspramente i sacerdoti per la loro crudeltà, ma fece questo solo perché voleva imitare Pilato.

Appena finirono di lavarlo, le guardie riportarono Gesù davanti a Erode Antipa. Il quale dimostrò molta benevolenza verso il Galileo, addirittura gli fece portare un calice di vino per farlo ristorare; ma Gesù non bevve, restò silenzioso e fermo come una statua.

Erode invece parlò molto, rivolgendo parole elevate e cortesi al Signore e facendogli una serie di domande. Gesù non pronunciò parola e tenne lo sguardo fisso a terra.

Senza lasciar trapelare la sua ira e il suo disappunto per l’atteggiamento di Gesù, l’Antipa continuò con le domande e le lusinghe, invitandolo a fare un miracolo alla sua presenza:

«E vero che sei il Figlio di Dio… o chi sei veramente? Perché taci? Mi hanno parlato molto dei tuoi discorsi, dei miracoli e delle prodigiose guarigioni che riesci a produrre. Vuoi mostrarmi qualcosa? Tu sai che io posso farti li berare»

Vedendo che Gesù restava impassibile, egli riprese le sue domande con maggior vigore:

«Ho saputo di te cose meravigliose: hai reso la vista ai ciechi nati, hai sfamato migliaia di persone con pochi pani, hai ridestato Lazzaro dalla morte. Perché adesso non possiedi più questo potere? Sei tu colui che sei sfuggito al la morte che fu data a numerosi bambini sotto il regno di mio padre? Mi rammento che alcuni re dell’Oriente erano venuti da mio padre per vedere un neonato re degli Ebrei; il neonato di cui parlo eri tu? Oppure vuoi utilizzare quest’episodio per diventare re?».

Poiché il Signore continuava a non degnare di uno sguardo quell’adultero incestuoso, assassino di Giovanni Battista, Erode sentenziò con voce grave:

«Non vedo in te niente di regale, vedo solo un pazzo!». I sinedriti, approfittando del disgusto del tetrarca provocato dal silenzio di Gesù, rinforzarono le loro accuse. Essi adoperarono gli argomenti più convincenti per fare in modo che Erode intravedesse il suo trono in pericolo se Gesù fosse stato rimesso in libertà.

Ciò nonostante, il tetrarca non era disposto a condannare il Redentore per una serie di motivi: innanzi tutto per ché davanti al Signore provava un intimo terrore e il rimorso per aver fatto uccidere Giovanni; inoltre disprezzava i capi dei sacerdoti, i quali l’avevano allontanato dai sacrifici a causa del suo adulterio; infine, non voleva fare un affronto a Pilato che aveva dichiarato Gesù innocente.

Umiliato però dal persistente silenzio di Gesù, lo consegnò ai servi e alle guardie della sua reggia, che erano più di duecento, dando loro quest’ordine:

«Rendete a questo re da strapazzo gli onori che si merita!».

Il Salvatore venne trascinato in un grande cortile e colà fu vittima di nuovi e crudelissimi oltraggi, mentre Erode si godeva il supplizio da una terrazza di marmo.

Intanto Anna e Caifa tentavano con ogni mezzo di con vincere il tetrarca a condannare Gesù a morte, ma egli disse loro:

«Condannarlo sarebbe da parte mia un delitto contro il giudizio di Pilato, che ebbe la cortesia di mandarlo a me!».

Vedendo che questi era deciso a non condannare Gesù, i sacerdoti incaricarono i farisei di sollevare il popolo contro il Galileo. Alcuni dei più acerrimi nemici del Signore, temendo che Pilato lo rimettesse in libertà, distribuirono denaro ai servi di Erode affinché lo maltrattassero fino a provocargli la morte.

Vidi Gesù martoriato dai duecento servi di Erode. Gli misero un gran sacco bianco come mantello e lo percossero a più non posso, lo tiravano come per farlo ballare, poi lo gettavano a terra trascinandolo per il cortile. Il suo sacro capo sbatté più volte contro le colonne di marmo. Lo rialzavano e ricominciavano a martoriarlo, sputandogli addosso e coprendolo d’insulti.

I servi, prezzolati dai nemici di Gesù, gli assestavano colpi sul sacratissimo capo. Il Signore li guardava con compassione, mentre sospirava per i dolori atroci; i suoi gemiti strazianti suscitavano le risate deliranti dei suoi torturatori; nessuno sentiva pietà di lui.

Completamente insanguinato, Gesù cadde tre volte sotto i feroci colpi di bastone. Vidi gli angeli che gli ungevano il sacratissimo capo, piangevano ed erano molto addolorati. Mi fu rivelato che senza la loro celeste assistenza il Redentore sarebbe certamente morto.

Dopo quest’orrenda infamia, Erode Antipa rinviò Gesù da Pilato.

Gesù ricondotto da Pilato

«Barabba era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio» (Luca 23,19).

Così ridotto, ancora coperto con il sacco bianco di cotone, Gesù fu riportato a Pilato.

I sacerdoti erano furiosi perché neanche Erode aveva voluto condannarlo.

Pieni di rabbia, perché costretti a ripresentarsi davanti al procuratore romano, essi tormentarono Gesù in tutti i modi.

Per mostrano in quello stato ignominioso, gli fecero per correre un cammino due volte più lungo del normale. I sommi sacerdoti fecero questo anche per lasciar tempo ai farisei di sobillare la popolazione contro Gesù.

Per via gli aguzzini non cessarono un solo istante di torturare il Redentore. Egli cadde più volte e fu fatto rialzare a furia di pugni, calci e bastonate, mentre il popolo, facendosi sempre più numeroso al suo passaggio, l’oltraggiava senza fine.

Stremato e deriso dalla marmaglia istigata dai farisei, Gesù pregò il Padre di non farlo morire prima del tempo.

Alle otto e un quarto il corteo, attraversando il foro, giunse davanti all’ingresso orientale del palazzo di Pilato. Il procuratore romano era stato preavvertito da un messo di Erode sull’esito del giudizio. Nel suo messaggio a Pilato, l’Antipa gli esternava la sua gratitudine e lo pregava di riprendersi il Galileo, avendo visto in lui solo un pazzo muto ma nessuna colpa. Il procuratore fu molto contento di apprendere che Erode era stato del suo stesso parere e non aveva condannato Gesù; allora gli inviò i suoi complimenti e i due divennero nuovamente amici.

Vedendo il popolo in tumulto, scatenato dai farisei, Pilato aveva mobilitato circa mille soldati provenienti dalle province italiche. Essi occupavano il pretorio, il corpo di guardia, gli ingressi del foro e quelli del suo palazzo.

La santa Vergine, Maria Maddalena e circa venti discepole si erano messe in un luogo appartato da dove potevano vedere e udire ogni cosa. Giovanni era con loro.

Gli sgherri spinsero Gesù sulla gradinata che conduce alla terrazza di Pilato, il quale l’attendeva con i suoi ufficiali. A causa delle spinte grossolane dei suoi aguzzini, il Signore incespicò nella veste di cui era stato ricoperto e cadde sui gradini di marmo bianco, macchiandoli col suo sangue. La plebaglia rise della sua caduta, ridacchiarono pure i suoi aguzzini, i quali lo fecero rialzare a calci e lo costrinsero a salire fino alla sommità della gradinata.

Il procuratore romano si alzò dalla sua lettiga, avanzò sulla terrazza e disse con voce ferma:

«Mi avete presentato quest’uomo come un agitatore di popolo, ma io, dopo averlo interrogato alla vostra presenza, non ho trovato in lui nessuna colpa. Nemmeno Erode lo ha trovato colpevole, poiché non ne avete ottenuto la sentenza di morte. Lo farò flagellare e poi lo libererò».

Contro questa decisione di Pilato si levò un possente mormorio di protesta. Il procuratore accolse con grande disprezzo quelle rimostranze del popolo sobillato.

Manipolata dagli agitatori, prezzolati dai farisei, la folla chiese che fosse liberato un prigioniero in occasione del la festa solenne. Per indurre la massa a sollecitare la libe razione di Gesù, Pilato fece comparire accanto al Salvatore un bandito della peggiore specie.

«E consuetudine che io, per la Pasqua, vi liberi un prigioniero. Chi volete che vi liberi: Barabba o Gesù, il re dei Giudei, colui che dice di essere l’unto del Signore?».

A questa domanda del procuratore, dopo una prima esitazione, la folla gridò in coro:

«Barabba! ».

I farisei, guidati dai sacerdoti e dai sinedriti, si agitava no tra la moltitudine distribuendo denaro e incitandola contro Gesù.

In disparte dalla folla, sotto un porticato, vidi la Vergine Maria, Maria Maddalena e le altre pie donne profondamente afflitte dal dolore. Giovanni andava in giro per il foro con la speranza di raccogliere qualche buona notizia, poiché correva voce che Pilato volesse liberare Gesù. Ben ché la Vergine santa sapesse che l’unico mezzo di salvezza per gli uomini era la morte del Figlio, il suo cuore materno anelava a strappano dal supplizio. E come Gesù, fattosi uomo, soffriva le pene di un qualsiasi innocente torturato e inviato a morte, così Maria pativa il tormento di una madre che vede il proprio figlio sfigurato dal popolo ingrato e crudele. Questa Madre soffriva in modo indicibile e supplicava Dio con le stesse parole pronunciate da Gesù nell’orto degli Ulivi: «Se è possibile, si allontani da me questo calice».

Intanto Pilato era stato chiamato da un servo di Claudia Procla, la quale gli aveva rinviato l’anello da lui donato per rammentargli la promessa.

Dopo aver restituito il pegno alla sua consorte per assicurarla che avrebbe mantenuto la promessa, il procuratore ritornò sui loggione e ripeté:

«Insomma, chi volete che vi liberi: Barabba o Gesù?».

Con profondo stupore, egli udì un grido unanime:

«Noi vogliamo libero Barabba! ».

Dsse ancora:

«Cosa debbo fare di Gesù, chiamato il Cristo, il re dei Giudei?».

Un coro tumultuoso si levò in alto:

«Sia crocifisso! Sia crocifisso! ».

«Ma che cosa ha dunque fatto di male? Non vedo nulla in lui che meriti la morte; per questo lo farò flagellare e poi lo rimetterò in libertà».

A queste parole echeggiò un grido simile a un tuono:

«Crocifiggilo! Crocifiggilo! ».

Così Pilato liberò il malfattore Barabba e fece flagellare Gesù.

Dal sito: http://medjugorje.altervista.org/doc/visioni/emmerick///passione_emmerick/index.php

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