cap. 2

CAPITOLO 2

(La passione secondo le rivelazioni di A. K. Emmerick)

 

L’arresto del Signore

«Mentre parlava ancora, giunse una turba, e colui che era chiamato Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo» (Luca 22,47)

Giuda era un ambizioso, e come tale aveva interpretato l’insegnamento di Gesù in senso riduttivo e materiale; aveva creduto in un regno temporale e, non vedendolo mai venire, aveva perso ogni fiducia nel Signore. La sua anima era lontana da Dio ed era giunto a rubare dalla cassa delle elemosine a lui affidata; infine, stanco di quella vita, il miserabile aveva ordito il tradimento. Egli non immaginava le tremende conseguenze che ne sarebbero derivate, cioè la morte e la crocifissione di Gesù.

Durante il colloquio di Giuda con Anna e Caifa davanti al sinedrio, vidi il traditore trattato con disprezzo dai sommi sacerdoti. Fu chiesto all’Iscariota:

«Sarà possibile farlo prigioniero? Non ha numerose schiere di armati che lo proteggono?».

A questa domanda l’infame traditore rispose con spavalderia:

«Egli è solo con undici discepoli pigri e timorosi; il Nazareno stesso non ha più il coraggio di proseguire nella predicazione!».

I sacerdoti, però, erano in dubbio sull’opportunità di arrestare Gesù nel corso delle celebrazioni pasquali. Per con vincerli Giuda aggiunse:

«Se non verrà catturato adesso, non vi sarà mai più possibile, perché Gesù vuole andar via e ritornare con un gran de esercito per diventare re».

Queste parole ebbero l’effetto voluto: il sinedrio e i sommi sacerdoti si convinsero della necessità di catturare Gesù prima della Pasqua. Il vile traditore ricevette trenta denari d’argento e fu guardato con severo biasimo; tre farisei lo guidarono in un atrio dove si stava preparando la spedizione per la cattura del Signore. I soldati avevano ricevuto l’ordine di sorvegliare attentamente il traditore fin ché non avessero preso Gesù.

Le trenta monete erano di forma oblunga, forate all’estremità rotonda e attaccate con degli anelli a una catena; recavano incisi alcuni caratteri.

Giuda, per dimostrarsi un uomo pio, le offrì al tempio, ma non furono accettate perché erano il prezzo di un tradimento.

Questo rifiuto lo ferì definitivamente e si sentì esasperato, ma ormai era troppo tardi per ritornare sui suoi passi.

Nel frattempo un impiegato del sinedrio inviò sette schiavi a procurare il materiale per costruire la croce. I lavori furono iniziati dietro il tribunale di Caifa. Il legno della croce proveniva da un albero cresciuto presso il torrente Cedron.

Il drappello, che avanzava per catturare Gesù, era composto da venti soldati prelevati dalla guardia del tempio e da quella dei capi dei sacerdoti; non tutti erano ebrei, alcuni erano originari di paesi stranieri. Gli sgherri vestiva no quasi come i soldati romani ed erano dotati di spade, fruste e catene, avevano con loro torce di pece, ma, per via, accesero solo una lanterna. Giuda, il miserabile, era tenuto stretto fra di loro. Sei membri del sinedrio guidavano il drappello: un sacerdote confidente di Anna, un in caricato di Caifa, due farisei e due sadducei, che erano anche erodiani. Altre trecento guardie erano state dislocate nei punti nevralgici della città, fino al monte degli Ulivi, in particolare nel piccolo borgo di Ofel.

Vidi il Signore e i tre apostoli prediletti muoversi tra il Getsemani e il monte degli Ulivi; a loro si erano affiancati gli altri otto apostoli. Spinti dalla curiosità e dall’inquietudine erano saliti lassù anche alcuni discepoli, ma si mantenevano a distanza, pronti a fuggire.

Gesù, facendo segno ai suoi di starsene fermi, avanzò verso le guardie e chiese a voce alta:

«Chi cercate?».

«Gesù di Nazaret!», gli fu risposto dal comandante delle guardie.

Il Signore con voce ferma rispose:

«Io sono colui che cercate!».

A queste parole quasi tutti gli sgherri vacillarono e caddero a terra. Si rialzarono e si avvicinarono di nuovo a Gesù, in attesa del segno che avrebbe dato l’Iscariota baciando il Signore. Gesù chiese ancora una volta:

«Chi cercate?».

Ed essi risposero:

«Gesù di Nazaret!».

«Sono io! Se cercate me, lasciate andare costoro», rispose il Signore.

Quelli vacillarono di nuovo e, caduti a terra, si contorcevano come epilettici.

Gesù disse alle guardie:

«Alzatevi!».

E quelli, tutti confusi, si alzarono e spinsero avanti Giuda. Sconvolto, il traditore si accostò a Gesù e lo baciò sul la guancia per dare il segnale convenuto. Lo udii dire:

«Salve, Signore!».

Gesù gli rispose con tristezza:

«Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo! Sarebbe stato meglio per te che non fossi mai nato!».

Intanto, avuto il segno che attendevano, i soldati circondarono il Signore, mentre gli altri sgherri ricacciavano in dietro gli apostoli che volevano liberare Gesù a tutti i costi.

Pietro, il più audace di tutti, con un colpo di spada recise l’orecchio di uno dei servi del sacerdote, un certo Malco, che cadde a terra tramortito.

Vi fu un grande tumulto. Gesù disse:

«Pietro, chi di spada ferisce di spada perisce. Rimetti dunque la spada dentro il fodero perché io devo compiere la volontà del Padre mio!».

Quindi chiese che gli fosse avvicinato Malco affinché potesse guarirlo. Accostatosi a lui pregò e, toccandolo, lo risanò perfettamente. Di fronte a tale prodigio gli sgherri rimasero stupefatti, ma subito si levò la voce dei farisei, i quali dissero che Gesù era in combutta con il diavolo.

Subito dopo, le guardie, incitate dai membri del sinedrio, tentarono di arrestare gli apostoli, ma questi abbandonarono il Signore e fuggirono nella notte. Anche Giuda fuggì; però, poco avanti, fu fermato dai discepoli di Gesù, che inveirono contro di lui, finché fu liberato dai sinedriti.

Dopo la passione del Signore, tutti gli sgherri che erano caduti quando Gesù dichiarò il suo nome, si convertirono e divennero buoni cristiani, poiché il gesto del cadere e del rialzarsi è simbolo di sensibilità, pentimento e conversione a Dio. Malco si convertì subito dopo la sua guarigione. Invece Giuda, i sei sinedriti e i quattro bruti che trascinarono il Signore con le funi, non erano caduti davanti al santo nome di Gesù, perché si erano chiusi alla grazia.

Le guardie legarono il Signore, accusandolo di essere in relazione con il demonio.

Gesù disse loro:

«Siete venuti con aste e bastoni a prendermi di notte come se fossi un assassino, mentre invece tutti i giorni insegnavo nel tempio, e non avete mai osato mettermi le mani addosso. Adesso, però, è giunta per voi l’ora delle tenebre».

Ma gli sgherri presero a ingiuriarlo e a maltrattarlo.

Gli legarono le mani in modo assai crudele, usando corde nuove fatte con rami di salice: gli bloccarono il polso della mano destra al di sopra del gomito sinistro, e il polso sinistro sul braccio destro; gli strinsero attorno alla vita un’alta cintura munita di punte e vi fissarono le mani di Gesù con lacci di vimini. Inoltre gli appesero al collo un collare, dal quale partivano due corregge che, incrociandosi su petto, scendevano legandosi alla cintura. Da queste partivano quattro funi, che erano tirate a piacimento dai quattro bruti rozzi e muscolosi. Così il Salvatore iniziò la dolorosa via della croce…

Il triste corteo, con le fiaccole accese, si mise in cammino:

aprivano la marcia dieci sgherri, dietro di essi veniva Gesù, ingiuriato e tirato per le funi dai quattro bruti, poi seguivano i sinedriti e le altre guardie. I discepoli e gli apostoli erano tutti fuggiti, solo Giovanni seguiva il corteo; quando le guardie tentarono di arrestano, egli riuscì a fuggire lasciando cadere il mantello.

Gesù venne condotto via in tutta fretta, tra crudeli martiri e vili oltraggi. Per compiacere i farisei, gli aguzzini tiravano le funi con feroce violenza aumentando le sue sofferenze.

I malvagi avevano in mano altre funi piene di nodi con le quali lo frustavano come un animale che viene portato al macello, mentre lo riempivano d’insulti e lo costringe vano a camminare a piedi nudi tra rovi e cespugli. In fretta raggiunsero un ponte sul torrente Cedron; non era quello attraversato da Gesù e dagli apostoli quando si erano recati al Getsemani, ma un altro.

Prima ancora che giungessero al ponte, vidi Gesù cadere due volte a causa dei maltrattamenti.

Arrivati al centro del ponte, i miserabili gettarono il Signore nell’acqua, «affinché spegnesse la sua sete!».

La violenta caduta l’avrebbe ucciso se non fosse stato protetto dall’intervento di Dio. Sulla roccia dove cadde rimasero miracolosamente le impronte delle ginocchia, dei piedi, dei gomiti e delle dita. Queste orme sulla roccia diventarono in seguito oggetto di venerazione da parte della prima comunità cristiana.

Perfino la roccia aveva reso testimonianza al Signore ed era stata più tenera e meno incredula degli uomini!

I crudeli sgherri fecero risalire Gesù sulla riva. Vidi che la sua lunga veste di lana, divenuta pesante per l’acqua assorbita, si stringeva alle sue membra.

Così impacciato, impedito a camminare, il Signore cadde a terra più volte, malmenato dagli aguzzini e ingiuriato dai farisei.

Durante l’agonia spirituale de! Getsemani Gesù era stato assalito da un’arsura terribile, ma non calmò la sua sete con un solo sorso d’acqua; invece lo vidi bere l’acqua del torrente Cedron e lo udii dire che si compiva un salmo profetico.

Siccome i farisei avevano notato la presenza di numerosi discepoli di Gesù alle porte del piccolo sobborgo di Ofel, provvidero a rinforzare il corteo con altri cinquanta soldati che facevano parte dei trecento uomini dislocati un pò ovunque per reprimere eventuali sommosse dei seguaci di Gesù.

In Ofel il Salvatore aveva risanato e consolato molta povera gente, e per tale motivo era benvoluto dalla popolazione. Dopo la Pentecoste la maggior parte degli abitanti si unì alla comunità cristiana.

Prima di entrare nel piccolo borgo, nostro Signore fu percosso con enorme ferocia dagli sgherri seminudi. Lo vidi pallido, sfigurato, insanguinato e pieno di lividi, con i capelli sconvolti e la veste inzuppata d’acqua e di fango. Era una scena che lacerava il cuore: Gesù era caduto già sette volte e non ce la faceva più a rialzarsi.

Un soldato pietoso, rivolto ai commilitoni, disse:

«Se dobbiamo condurre questo miserabile vivo davanti ai sommi sacerdoti, è opportuno allentargli i ceppi alle mani. Mettiamolo in condizione che possa aiutarsi quando cade».

Mentre gli allentavano i lacci, un altro di loro prese compassionevolmente una ciotola di corteccia, come quelle usate dai pellegrini e dai soldati, la riempì d’acqua di fonte e la porse al Signore.

Gesù bevve qualche sorso e, ringraziando quel buon soldato, accennò a un altro passo profetico in cui si parla di una sorgente d’acqua viva. Nell’udire questa frase tutti gli altri, particolarmente i farisei, lo derisero, accusandolo di essere un bestemmiatore.

Mi fu rivelato che i due soldati misericordiosi, toccati dalla grazia, si convertirono prima della morte del Signore. Irritati per le parole proferite da Gesù, gli sgherri ripresero a percuoterlo con straordinaria violenza.

Quando il triste corteo entrò in Ofel, una folla di miracolati strinse da ogni lato il condannato e chiese ai soldati che venisse rilasciato. Al passaggio del Signore uomini e donne, mossi a compassione, si gettavano in ginocchio e gridavano:

«Liberatelo! Chi ci guarirà? Chi ci consolerà? Restituiteci il Messia!».

Tendendo le mani protese verso di lui, la moltitudine lo implorava in ginocchio di compiere il miracolo della sua liberazione. I soldati riuscirono a respingere solo a mala pena la folla dei devoti. Ma giunti nella valle del Cedron, il popolaccio, aizzato dai servi dei sacerdoti del tempio, urlava e imprecava contro il Signore.

Vidi Gesù sospinto brutalmente verso Sion, per un sentiero chiamato “Mulo”. A colpi di bastone, pallido e in sanguinato, il Signore fu condotto alla casa di Anna.

Vidi Giovanni intento a raccontare alla Vergine gli in cessanti patimenti sofferti dal suo amatissimo Figlio, fin ché ella ruppe in singhiozzi; i due si trovavano nella dimora di Maria di Marco, nei pressi di Ofel.

Gli abitanti del borgo, già sconvolti dall’aver visto il loro Maestro maltrattato e sofferente, condivisero profondamente il dolore di Maria.

Pietro e Giovanni avevano seguito a distanza il corteo fino a Sion, poi li vidi entrare nella casa di alcuni messi del tribunale.

Questi ultimi erano amici di Giovanni e avevano il compito di percorrere la città allo scopo di convocare i membri del sinedrio e gli eruditi del tempio.

Essi misero addosso ai due apostoli il mantello dei messi d’ufficio, affidando loro alcune convocazioni da consegnare.

In tal modo, Simon Pietro e Giovanni ebbero libero accesso nella sala del tribunale di Caifa.

Inoltre, così vestiti, gli apostoli s’incaricarono di avvertire i membri del consiglio favorevoli a Gesù, come Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che i farisei avrebbero certamente “dimenticato” di convocare.

Vidi Giuda correre lungo la costa meridionale di Gerusalemme, come se avesse voluto sfuggire al demonio. In preda al delirio, tormentato dalla più profonda disperazione, egli vagava tra i cumuli di rifiuti e le ossa degli animali sacrificati.

 

I preparativi del processo

Anna e Caifa erano stati avvertiti della cattura di Gesù e avevano iniziato i preparativi del processo.

Il cortile del loro tribunale venne illuminato, gli ingressi sorvegliati da numerose guardie e i messi d’ufficio furono inviati in città ad avvertire i membri del consiglio.

I sommi sacerdoti avevano affidato ai farisei, ai sadducei e agli erodiani più avversi a Gesù il compito di raccogliere false testimonianze contro il Signore. Essi volevano dimostrare a tutti i costi che il Galileo era un impostore.

In quei giorni si trovavano a Gerusalemme molti nemici di Gesù, giunti da Nazaret, Tirza, Gabara, lotapata, Silo e da altri luoghi per celebrare la Pasqua.

Era una buona occasione per vendicarsi del Nazareno, che aveva predicato la verità suscitando il loro odio. Tra i più accaniti accusatori di Gesù vidi i mercanti scacciati dal tempio e i pavidi dottori che erano stati pubblicamente ridotti al silenzio dal Signore. Vidi pure quelli che non seppero perdonargli la sua prima istruzione nel tempio, all’età di dodici anni; i peccatori impenitenti, che egli rifiutò di sanare, e i peccatori recidivi, tornati subito infermi. Vidi i giovani vani, che Gesù non aveva accettato come discepoli; infine i perfidi e i malvagi seguaci di Satana, che infuriavano contro ogni cosa santa, tanto più contro colui che era santissimo.

Vidi la feccia del popolo ebreo, manovrata dagli acerrimi nemici di Gesù, agitarsi lungo le vie di Sion per accusare l’immacolato Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.

Frattanto gli amici di Gesù, ignorando i disegni divini, vagavano sconsolati e afflitti, guardati con profondo sospetto dalla popolazione. I più deboli, temendo per il loro avvenire, erano caduti in tentazione ed erano passati dalla parte dei nemici di Gesù.

In verità, scarso rimase il numero dei veri fedeli, perché, ieri come oggi, molti vogliono essere buoni cristiani, ma negano la croce appena diventa scandalo. Infatti numerosi seguaci del Signore si erano ritirati, delusi del Figlio di Dio che si lasciava tormentare senza invocare la vendetta dal cielo. Gli apostoli e i discepoli più fedeli, assaliti dal dubbio, continuavano a vagare nelle valli attorno a Gerusalemme o restavano celati fra le grotte del monte degli Ulivi.

Il silenzio notturno a Sion era stato interrotto dai rumori e dal movimento frenetico intorno al tribunale, illuminato a giorno dalle fiaccole e dalle cosiddette “padelle” di pece ardente.

Vidi il mio Redentore spinto brutalmente dinanzi ad Anna.

 

Gesù condotto da Anna

«Intanto la coorte, il tribuno e le guardie dei Giudei presero Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna, perché era suo cero di Caifa, il sommo sacerdote di quell’anno» (Giovanni 18,12)

Verso mezzanotte Gesù fu condotto dinanzi ad Anna, che stava assiso sul seggio più alto ed era circondato da venti quattro consiglieri.

Vidi Gesù trascinato per le funi da alcuni sgherri. Il Signore fu fatto salire sul primo dei gradini sotto il seggio di Anna.

I membri del consiglio erano già pronti ad accusare Gesù per aver violato più volte l’integrità della dottrina. Anna fremeva, impaziente di vedere Gesù condannato e giustiziato.

Vidi il Signore, insanguinato e con la veste inzuppata, davanti al crudele sacerdote. Gesù aveva il capo chino.

Quel vecchio scellerato, dal volto scarno e con la barba rada, si rivolse a Gesù con tono ironico e il sorriso beffardo. Non ricordo tutte le sue parole, ma pressappoco furono queste:

«Oh! Sei proprio tu? Gesù di Nazaret, dove sono dunque i tuoi discepoli? E il tuo regno? Adesso tutto ha preso un’altra piega! Hai finito di profanare il sabato e di bestemmiare. Ho saputo perfino che hai mangiato con i tuoi l’agnello pasquale in un giorno insolito e in modo profano. Qual è dunque questa nuova dottrina religiosa che vuoi introdurre?».

Gesù rispose in tono pacato:

«Io ho insegnato pubblicamente nel tempio e nelle sinagoghe, non ho tenuto niente in segreto: non interrogare me, ma coloro che udirono quel che ho detto!».

A questo punto Anna ebbe un moto interiore di rabbia; un servo se ne accorse e, con la mano destra coperta da un guantone di ferro, colpì Gesù in pieno viso dicendogli:

«Così rispondi al sommo sacerdote, farabutto?».

Scosso dal colpo, il Signore cadde dal gradino e finì a terra, con il volto sanguinante. Allora nella sala echeggiarono mille rumori, mormorii e ingiurie. Rialzato dalle guardie, come se nulla gli fosse accaduto, Gesù disse serena mente:

«Se ho parlato a torto, devi provarmelo; ma se ho detto cosa giusta, perché mi percuoti?».

Estremamente irritato da queste parole, e più ancora per l’estrema tranquillità di Gesù, Anna passò a interrogare i testimoni.

Si levò un coro di accuse ben concertate che tendevano a presentare Gesù come un agitatore del popolo:

«Ha annunciato un nuovo regno di cui si è autoproclamato re. Ha affermato nientemeno di essere Figlio di Dio. Opera guarigioni nel giorno del sabato. Impreca contro Gerusalemme. Chiama adulteri i farisei. Mangia con gli impuri e frequenta donne di cattiva fama. Davanti alla porta di Ofel, a un uomo che gli portava da bere, ha detto che gli avrebbe dato l’acqua della vita eterna per la quale non avrebbe mai più avuto sete. Confonde il popolo con parole ambigue e abbaglia gli ingenui!».

Segui centinaia di altre accuse, oltraggi e improperi. Ognuno gli andava vicino per rivolgergli le più inaudite insolenze.

Mentre Gesù, tirato a destra e a sinistra dalle funi degli aguzzini, barcollava, Anna gli si rivolse in tono beffardo:

«Sei tu il figlio del falegname di Nazaret o sei Elia venuto dal cielo sul carro di fuoco? Dicono che egli viva ancora, potresti essere tu, come lasci capire. Oppure sei Malachia, che non ebbe padre e potrebbe essere un angelo, come forse oseresti spacciarti? Hai detto perfino che sei più grande di Salomone! Su, giustificati! Ma stai tranquillo, adesso ti conferirò il titolo di regalità».

E il perfido sacerdote scrisse su una pergamena le maggiori accuse mosse a Gesù, poi l’arrotolò in un tubo che chiuse e che fissò all’estremità di una canna che fu infilata tra le mani del Signore nuovamente legate, dopo che durante il processo erano state liberate. La canna era il simbolo derisorio dello “scettro regale”. Il Signore venne con dotto da Caifa tra gli oltraggi della folla.

«Quelli che avevano preso Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, dove si erano radunati gli scribi e gli anziani» (Matteo 26,57).

La casa di Anna dista da quella di Caifa circa trecento passi. Mentre percorreva questo breve cammino, sempre spinto dalle guardie, Gesù fu deriso e malmenato da una massa di ebrei scalmanati e dai falsi testimoni usciti dal tribunale di Anna.

Le guardie che lo scortavano riuscivano a fatica a con tenere la folla piena di livore contro il Galileo.

Gesù davanti a Caifa

La via e i cortili che conducono alla casa di Caifa era no abbondantemente illuminati. Il tribunale è preceduto da un primo cortile esterno, attraverso il quale si entra in un altro interno, più grande, che circonda l’intero fabbricato.

Un vestibolo a cielo aperto con diverse colonne laterali introduce nella sala del tribunale. Su un’alta pedana a forma di ferro di cavallo ci sono i seggi dei membri del consiglio; quello del sommo sacerdote si trova al centro della pedana in posizione rialzata rispetto agli altri. L’imputato sta al centro del semicerchio circondato dalle guardie; ai due lati vi sono i testimoni. Tre porte alle spalle dei giudici danno accesso alla sala delle deliberazioni. Questa sala rotonda comunica per mezzo di alcune porte con il cortile interno, nel quale si vede l’ingresso della prigione sotterranea; successivamente alla Pentecoste, in una delle sue celle finirono Pietro e Giovanni dopo che avevano guarito lo zoppo del tempio.

Quella notte l’intero palazzo era illuminato a giorno dalle numerose fiaccole e lampade. Al centro dell’atrio principale vidi un gran fuoco ardere in un enorme braciere, ai cui lati, ad altezza d’uomo, si trovavano canne a forme di corni per assorbire il fumo. Intorno al fuoco si stringevano le guardie del tribunale, più in là vidi i falsi testimoni circondati da una folla di persone poco raccomandabili; alcune donne vendevano focacce e una bevanda rossa.

All’interno dell’edificio e tutto attorno c’era una gran de confusione, come avviene da noi l’ultima sera di carnevale. La maggior parte dei convocati sedeva vicino a Gaifa, mentre giungevano i ritardatari.

I falsi testimoni avevano già riempito l’atrio.

Vidi Caifa sul seggio rialzato al centro della pedana; adesso era circondato da tutti i settanta membri del sinedrio. Il sacerdote era un uomo dal contegno solenne, ma il volto tradiva la sua vera natura violenta e crudele. Portava un lungo mantello color porpora, adorno di fiori e frange d’oro, fermato sulle spalle e sul petto da fibbie di metallo lucente.

Giovanni riuscì a entrare dalla porta del cortile interno, mentre Pietro avrebbe trovato serie difficoltà se Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea non lo avessero fatto entrare con loro. Appena furono nell’atrio, i due apostoli restituirono ai veri messi i loro mantelli e si confusero tra la folla.

Caifa era iroso e impaziente, discese perfino dal suo alto seggio per chiedere quando sarebbe stato introdotto l’imputato, ma subito fece ritorno al suo posto, perché vide il corteo entrare nell’atrio.

Il corteo fece il suo ingresso nella sala del tribunale, coperto dal vociare e dagli insulti degli astanti contro Gesù.

Passando vicino ai due apostoli prediletti, il Signore li guardò senza volgere la testa, per non farli scoprire. Appena Gesù uscì dal colonnato e si mostrò alla presenza dei membri del consiglio, Caifa gli gridò contro:

«Sei tu, dunque, il profanatore nemico di Dio che disturbi la notte santa? ».

Poi lesse le accuse formulate dal primo tribunale e lo tempestò di domande. Gesù restò tranquillo fissando gli occhi a terra. Le guardie lo punzecchiarono con bastoni dalla punta di ferro e lo percossero gridando:

«Rispondi al sommo sacerdote! Hai perduto la lingua?».

Ma egli continuava a tacere.

Si passò alle deposizioni dei testimoni. Prima di tutti parlarono i farisei e i sadducei, i più accaniti nemici di Gesù, seguiti dagli altri. Si ripeté quasi la stessa scena che si era svolta da Anna: Gesù fu accusato di operare guarigioni e scacciare i demoni con l’aiuto del capo dei demoni, inoltre di aver violato il sabato, di non osservare i digiuni e di chiamare i farisei razza di serpenti e generazione adultera; a queste, fecero seguito altre centinaia di imputazioni. In effetti ogni suo insegnamento, parola o parabola, veniva fraintesa o contorta intenzionalmente per farne altrettanti capi d’accusa contro di lui.

L’accusa principale, che gli venne mossa da più parti, fu di magia e stregoneria. I testimoni però erano confusi e le loro testimonianze si contraddicevano. Qualcuno ebbe l’ardire di affermare che Gesù era un bastardo, ma fu subito contraddetto da altri, i quali dissero di aver conosciuto la Madre di Gesù come pia donna del tempio e il padre come uomo timorato di Dio. Alcuni lo accusarono di voler distruggere il tempio e di aver celebrato irregolarmente la Pasqua per due anni consecutivi.

Riguardo alla celebrazione della Pasqua nel cenacolo, furono interpellati Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. I due sinedriti provarono che, secondo una legge antichissima, ai Galilei era permesso consumare l’agnello pasquale un giorno prima. Aggiunsero che la cerimonia si era svolta secondo le regole comuni e vi avevano partecipato anche impiegati del tempio. Questa testimonianza sdegnò i nemici di Gesù, e i testimoni furono afferrati dal dubbio. Molti astanti, colpiti dal paziente silenzio di Gesù, dalle crudeltà esercitate su di lui e dall’evidente farsa, si sentirono turbati nella coscienza, anche perché l’odio dei farisei si era rivelato a tutti. Dieci guardie si ritirarono con il pretesto di un malessere; più tardi, indirizzate da alcuni discepoli, si rifugiarono sull’altro versante del monte Sion, nelle caverne a sud di Gerusalemme.

Caifa, estremamente furibondo per l’andamento del pro cesso, dichiarò che la confusione delle deposizioni era effetto dei sortilegi di Gesù, poi si alzò dal suo seggio esce se alcuni gradini. Avvicinatosi a Gesù, con voce quasi supplichevole, gli chiese:

«Ti scongiuro per il Dio vivente: dimmi se tu sei il Messia, il Figlio di Dio Altissimo».

Adesso nella sala il tumulto era completamente cessato.

Gesù, fortificato dal Padre celeste, rispose con il tono dignitoso della Parola eterna:

«Tu lo hai detto, io lo sono! E vi dico che presto vedrete il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo, seduto al la destra dell’Altissimo!».

Nel pronunziare queste parole, Gesù fu irradiato da un magnifico e indicibile splendore e il cielo si aprì sopra di lui; in quell’istante percepii la luce di Dio onnipotente. Vi di i giusti pregare per Gesù circondato dagli angeli. Invece sotto Caifa vidi una sfera incandescente piena di orrende figure: era l’inferno, sul quale egli stava. Quando il Signore dichiarò con voce ferma di essere il Cristo, il Figlio di Dio,l’inferno tremò e rovesciò la sua diabolica rabbia nella sala del tribunale. Vidi figure orribili uscire dalle tombe dell’altro lato di Sion: credo che fossero gli spiriti del male. Vidi altre cose tremende.

Forse anche Giovanni le vide, come mi fu rivelato.

Afferrato da un moto di collera, Caifa si strappò una par te del suo magnifico mantello e urlò:

«Lo avete udito? Egli ha bestemmiato: servono ancora i testimoni? Qual è dunque la vostra sentenza?».

Tutti i presenti gridarono più volte:

«E degno di morte!».

Constatata che la loro opera era finita, i testimoni abbandonarono il tribunale con la coscienza offuscata. I più vili e falsi si ritirarono nell’atrio e si misero attorno al fuoco per prendere il poco denaro promesso, poi si trattennero a mangiare e a bere. Ispirato dall’inferno, il sommo sacerdote consegnò Gesù alle guardie dicendo:

«Consegno questo re in vostra balìa, rendete a lui gli onori dovuti!».

Detto questo, Caifa si ritirò con i suoi consiglieri nella sala rotonda posta dietro al tribunale.

Giovanni, nel suo profondo dolore, pensava alla triste no tizia che doveva recare alla santa Vergine. Allora gettò uno sguardo d’intesa al Signore e lasciò la sala del tribunale.

Intanto Pietro, angosciato e intirizzito dal freddò, si era accostato al grande braciere presso il quale si scaldava molta gentaglia. Egli non si rendeva precisamente conto di quel che faceva, in ogni caso non voleva allontanarsi dal suo Maestro.

Gesù oltraggiato e percosso nella casa di Caifa

Non appena Caifa e i membri del consiglio lasciarono la sala del tribunale, la folla si accanì bestialmente contro Gesù, abbandonandosi a ogni eccesso di crudeltà. Solo due sgherri lo tenevano per le funi perché gli altri due erano usciti. Già durante il processo alcuni perfidi avevano strappato al Signore intere ciocche di capelli, e così pure la barba; qualche pia persona le raccolse furtivamente e le portò via, ma poco tempo dopo non le trovò più.

Vidi Gesù coperto di oltraggi, sputi e percosse di ogni sorta, schiaffi, pugni e bastonate. Gli sgherri, dopo averlo ferito con bastoni acuminati, sputandogli continuamente in faccia, gli vuotarono sulla santa testa un secchio di acqua sporca dicendogli:

«Ti rendiamo la tua unzione regale, così ti purifichiamo!».

Poi gli strapparono con violenza la veste e gli misero sul capo una corona di paglia di frumento a guisa di mitra vescovile, quindi lo rivestirono di un lurido manto che gli scendeva fino alle ginocchia. Non contenti ancora, i torturatori appesero al collo di Gesù una catena di ferro che terminava con due pesanti anelli, le cui punte gli ferivano le ginocchia quando si muoveva.

Senza mai cessare di percuoterlo con i pugni e i pesanti bastoni nodosi, gli bendarono gli occhi con uno straccio sudicio e lo percossero, dicendogli:

«Gran profeta, indovina: chi ti ha percosso?».

Vidi Gesù pregare per i suoi perversi torturatori.

Nonostante il sangue, i lividi e i tormenti, vidi il Signore aureolato di luce magnifica; la stessa non l’aveva più la sciato da quando egli si era proclamato Figlio di Dio.

Trascinato per mezzo della catena attorno al collo, Gesù fu condotto dalle guardie nella sala antistante dov’era riunito il consiglio, i cui membri, appena lo videro, cominciarono a ingiuriarlo e a deriderlo. Però le loro pesanti offese non sfioravano minimamente la gloria della sua magnifica santità. Perfino quei perfidi percepirono vaga mente la luce della grazia che splendeva sul Figlio di Dio.

 

Pietro rinnega tre volte il Signore

«“Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?”. Pietro rispose: “Non lo sono!”» (Giovanni 18,17)

Pietro, confuso e intimorito, restava seduto nell’atrio a scaldarsi vicino al fuoco, ma la tristezza impressa sul suo volto lo rese sospetto agli altri. La portinaia si avvicinò al fuoco e gli chiese:

«Sei discepolo del Nazareno?».

L’apostolo, vedendosi scoperto, impallidì, senza avere il coraggio di rispondere. Un altro gridò:

«Sicuro, io l’ho visto, era con il Galileo!».

Fortemente spaventato, temendo di essere maltrattato da quella gentaglia, Pietro negò per la prima volta il Signore:

«Io non lo conosco».

Proprio in quel momento mi sembrò di udire il canto del gallo.

Un’altra donna, che lo fissava attentamente, disse a quel li che le stavano accanto:

«Anche costui era con quel Gesù di Nazaret!».

Quest’affermazione fu confermata da altre persone. Pietro, per timore di essere arrestato, rinnegò Gesù per la seconda volta:

«Non conosco affatto quell’uomo!».

Afflitto per essere stato costretto a rinnegare Gesù una seconda volta, Pietro, in preda alla disperazione, uscì dal vestibolo e corse fuori.

Nel cortile esterno incontrò alcuni discepoli che gli chiesero notizie del processo a Gesù, ma l’apostolo, senza rispondere, consigliò loro di ritirarsi.

Dopo poco tempo, ansioso di rivedere Gesù, egli ritornò e si sedette di nuovo vicino al grande braciere, poiché non vide più la portinaia e quell’altro. Vicino a lui c’era no alcune persone che parlavano del Signore come di un grande farabutto. Pietro intervenne spontaneamente per dire qualche parola in favore di Gesù. Fu così che uno di quelli lo riconobbe, trasalì e gli disse:

«Tu sei un discepolo del Galileo, ti ho visto mentre tagliavi l’orecchio di Malco!».

A tale accusa egli si sentì mancare e dichiarò solenne mente di non conoscere affatto Gesù.

Con il cuore in gola, tormentato dalla paura e dalla vergogna, Pietro udì il gallo cantare tre volte. Fattosi animo, l’apostolo si confuse tra la folla e giunse sotto l’arco della sala rotonda, dove vide il Signore sanguinante, con una corona di paglia intorno alla testa, ingiuriato e maltrattato nel più orrendo dei modi. Gesù gli rivolse uno sguardo di pietosa commiserazione, come a volergli ricordare il compimento della sua profezia: Pietro l’aveva rinnegato tre volte al sorgere dell’alba, prima che il gallo cantasse. Sotto quello sguardo l’apostolo sentì cadere su di sé il peso della sua miseria e fu angustiato dal dolore del sincero pentimento. Allora si coprì la testa con il manto e decise di confessare il suo peccato di presunzione, memore di aver detto al Signore: «Meglio morire piuttosto che negarti!».

Immenso fu lo strazio della santa Vergine quando Pietro le confessò che aveva rinnegato tre volte il suo Figlio diletto. Ella gli aveva domandato:

«Simone, informami di quanto è avvenuto al mio amato Figlio…».

Molto turbato, l’apostolo non le rispose.

La Madre addolorata, avvicinandosi, gli chiese:

«Perché non mi rispondi?».

«Oh, Madre, non mi parlare! Hanno condannato Gesù a morte, e io l’ho vergognosamente rinnegato tre volte…».

A queste parole la Madre di Gesù svenne proprio vicino alla porta di Gerusalemme, lasciandosi cadere su una pietra dove rimasero impresse le orme della sua mano destra e del suo piede.

L’apostolo fuggì via dalla vergogna. Un’altra causa di strazio, per la Vergine, fu quando vide gli operai che preparavano la croce per suo Figlio.

La veggente così raccontò al poeta Brentano: «Mi accorsi che gli angeli impedivano gli operai nel loro lavoro, affinché venisse eseguito secondo il modello voluto da Dio».

Gesù in carcere

Vidi Gesù in una piccolissima cella dal soffitto a volta; uno spiraglio di luce penetrava da una fessura in alto. La prigione era sotterranea al tribunale di Caifa.

Al Signore non gli era stata restituita la veste, era ricoperto solo da una fascia sul basso ventre e sulle spalle portava uno straccio rosso pieno di sputi. Non appena fu in carcerato, Gesù offrì i suoi patimenti al Padre celeste per espiare i peccati del mondo e dei suoi carnefici.

Subito dopo i maltrattamenti nella casa di Caifa, il Signore era stato portato in quella segreta e legato a una colonna molto bassa al centro della prigione. Questa posizione era abbastanza dolorosa perché lo costringeva a tenersi sulle gambe spossate e i piedi feriti e gonfi, mentre i carcerieri non cessavano di malmenarlo. Quando gli aguzzini si davano il cambio, i nuovi arrivati, freschi e riposati, si accanivano con maggior foga contro di lui. Intanto il Redentore continuava a pregare incessantemente, volgendo il suo sguardo luminoso in alto, verso il sole nascente che annunziava la sua passione. Lo udii sospirare e ringraziare Dio per quel giorno ardentemente atteso dagli antichi patriarchi.

Vidi il primo raggio di sole risplendere sul capo del Signore, quale benedizione mattutina del Padre al Figlio. Era il giorno del nostro riscatto.

Nel vedere questa scena triste e commovente, lo supplicai con le lacrime agli occhi:

«Oh, mio Sposo divino, lasciami partecipare alla tue sofferenze causate anche dai miei peccati!».

Circondato di luce, Gesù apparve tanto santo e buono che perfino i carcerieri non osarono più tormentarlo.

 

Disperazione di Giuda

Vidi Giuda introdursi nel recinto del tribunale di Caifa; sul suo volto si leggeva la più completa disperazione.

Fino a quel momento aveva vagato come un folle tra i cumuli di rifiuti alla periferia di Gerusalemme.

I trenta denari, prezzo del suo tradimento, erano nella borsa appesa al suo fianco sotto il mantello. Quando egli entrò nel tribunale il processo era già finito e la sala era immersa nel silenzio.

Profondamente turbato, Giuda chiese a una delle guardie l’esito del processo a Gesù.

«E stato condannato a morte e sarà crocifisso», gli fu risposto.

Le guardie aggiunsero che all’alba il Galileo sarebbe stato trascinato di nuovo dinanzi al consiglio per essere con dannato pubblicamente.

Il traditore uscì dal tribunale e apprese dalla gente altre notizie riguardo al Redentore. Udì raccontare con quanta durezza Gesù era stato trattato e con quanta pazienza aveva sopportato i maltrattamenti, gli schemi e le sofferenze.

Caduto nella più profonda disperazione, l’infame traditore si nascose dietro la casa di Caifa; egli, come Caino, voleva sfuggire gli uomini. Proprio in questo luogo alcuni operai erano intenti a costruire la croce: i singoli pezzi erano in ordine l’uno vicino all’altro. Giuda guardò quella scena con terrore e fuggì via spaventato: quel patibolo era il frutto del suo orribile tradimento. Il miserabile si celò nei dintorni in attesa di conoscere il giudizio definitivo.

Il processo

Alle prime luci dell’alba il sinedrio si radunò nella gran de sala del tribunale. Il consiglio era formato dai sommi sacerdoti, Caifa e Anna, dagli anziani e dagli scribi del popolo. Il giudizio su Gesù della notte precedente era stato solo preliminare, adesso serviva un giudizio definitivo valido pubblicamente, perché la legge non consentiva che fosse emessa una sentenza durante la notte. Era la vigilia di Pasqua e il tempo stringeva; i sacerdoti volevano condannare e crocifiggere il Nazareno prima della festa. Vidi che dal consiglio erano stati esclusi tutti coloro che coltivavano buone intenzioni verso Gesù, compresi quelli che non erano suoi dichiarati nemici. Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea e gli altri membri esclusi avevano lasciato il tribunale e si erano ritirati nel tempio.

Quando tutto fu pronto, Caifa ordinò che venisse introdotto Gesù per la sentenza.

I carcerieri trascinarono Gesù nella sala con orribile brutalità, tirandolo per una fune, tra beffe e percosse. Traboccando ira, Caifa lo interrogò:

«Sei tu dunque l’Unto del Signore, il Figlio di Dio?».

Gesù, con somma pazienza e solenne gravità, gli rispose:

«Se io ve lo dico, non mi credete e non mi rispondere te, né mi lascerete andare, perciò fin d’ora il Figlio dell’uomo starà assiso alla destra di Dio».

I giudici si guardarono tra loro, poi dissero a Gesù con tono sdegnoso:

«Tu sei dunque il Figlio di Dio?».

«Voi lo dite, io lo sono!», rispose Gesù con la voce della Verità.

Allorché il Signore pronunziò queste ultime parole tutti si levarono contro di lui indignati:

«Cosa vogliamo di più, oltre questa bestemmia? Quale altra prova andiamo cercando?».

Dopo averlo ingiuriato, accusandolo di essere un vagabondo impostore, lo fecero legare di nuovo e gli misero una corda al collo per inviarlo dinanzi al procuratore romano come condannato a morte.

Il sinedrio aveva deciso di presentarlo a Pilato in qualità di «criminale nemico dell’imperatore», allo scopo di legittimare la condanna di Gesù.

Suicidio di Giuda

«Ecco perché quel campo è chiamato anche oggi “Campo del sangue”» (Matteo 27,8).

Caifa fece inviare un messaggero da Pilato per pregar lo di giudicare «il Galileo criminale» prima della festa solenne.

Davanti al palazzo di Caifa fu organizzato il corteo che doveva condurre Gesù da Pilato: i sommi sacerdoti e alcuni membri del sinedrio precedevano in abiti solenni, seguivano subito dopo i falsi testimoni e un gruppo di perversi scribi e farisei, acerrimi nemici del Signore; dietro di loro camminava Gesù, trascinato dagli sgherri con le funi. La schiera partì da Sion diretta verso la città bassa, dove si trovava il palazzo del procuratore romano.

Giuda, che era rimasto nei paraggi, udiva la voce del popolo:

«Il gran consiglio ha condannato il Galileo a morte, lo conducono da Pilato. Sarà senz’altro crocifisso. Durante il processo ha dimostrato un coraggio e una pazienza senza limiti, non ha mai risposto, ha solo detto che presto siederà alla destra di Dio. L’hanno ridotto davvero male! E stato venduto al sinedrio da un suo discepolo che ha consumato con lui l’agnello pasquale. Questo miserabile meriterebbe anch’egli la condanna a morte!».

Nell’udire queste parole il traditore fu afferrato da un’indicibile angoscia, sentì improvvisamente il peso delle trenta monete nella borsa appesa alla sua cintura: era come il peso dell’inferno.

Tormentato nell’anima, si mise a correre all’impazzata come se fosse inseguito da un demonio.

Non andava a gettarsi ai piedi del Signore, a chiedergli perdono e a morire con lui, ma correva al tempio con la speranza di sbarazzarsi del vile tradimento.

Nel luogo di culto si trovavano molti membri del consiglio, essendovi si recati subito dopo il processo a Gesù.

Fuori di sé, Giuda staccò dalla cintura la borsa con i denari e la tese a quelli, poi con voce rotta dall’angoscia esclamò:

«Riprendetevi il vostro denaro, ma liberate Gesù! Io rompo il patto perché riconosco di aver tradito un inno cente».

I membri del consiglio lo guardarono con alterigia e, di mostrandogli tutto il loro disprezzo, gli dissero:

«E che c’importa che tu abbia peccato? Se tu credi di aver venduto sangue innocente è una cosa che non riguarda noi, ma solo te! Noi abbiamo condannato un uomo degno di morte e non vogliamo più sentir parlare del denaro che ti abbiamo dato!».

E senza toccare il denaro, che Giuda tendeva loro con la mano destra, si allontanarono.

In un impeto d’ira, il traditore strappò la borsa e gettò le monete nel tempio; fatto questo fuggì dalla città.

Vidi Satana correre al suo fianco nella valle di Hinnon, luogo in cui gli Ebrei avevano, un tempo, sacrificato i propri figli agli idoli.

Il diavolo sussurrava a Giuda tutte le maledizioni che i profeti avevano scagliato sulla valle, come se le medesime ricadessero su di lui, vivo esempio di quei delitti.

Il demonio gli ripeteva:

«Caino, dov’è Abele, tuo fratello? Che hai fatto? Il suo sangue grida: Che tu sia maledetto sulla terra, dove andrai errando senza pace!».

Nel volgere gli occhi verso il torrente Cedron, dov’era giunto, e verso il Getsemani, udì le ultime parole che Gesù gli aveva rivolto: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo!». Allora sentì di perdere la ragione e fu pieno di orrore per se stesso. Satana gli sussurrò all’orecchio:

«Qui Davide passò il Cedron fuggendo davanti ad Assalonne, il quale morì appeso a un albero».

Con la mente completamente ottenebrata dalla pazzia, Giuda giunse in una zona fangosa piena di immondizie e, in questo lurido luogo, Satana la fece finita con lui sussurrandogli:

«Lo stanno conducendo a morte, perché tu lo hai venduto! Miserabile, come potrai sopravvivere?».

Spinto dall’estrema disperazione, il traditore prese la cintura e si impiccò a un albero. Subito dopo il suo corpo crepò e io vidi le sue viscere spargersi a terra.

 

Dal sito: http://medjugorje.altervista.org/doc/visioni/emmerick///passione_emmerick/index.php

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